mercoledì 13 ottobre 2010

Cronaca di una tonsillectomia

Completamente infreddolita un po’ per essermi spogliata dal mio caldo pigiama
ed aver indossato quel camicione con i lacci dietro, un po’ per l’agitazione che
a un certo punto mi ha preso, mi adagio sul quel lettino a rotelle.
Parte la mia lettiga. Odio vedere gli spazi da una prospettiva orizzontale, non
è un buon inizio. Corridoi, ascensori.

Mi parcheggiano in un ambiente che sembra la cella frigorifera di una macelleria,
davanti a un portone di metallo grigio. Dopo un po’ vedo arrivare una cannula
scintillante che mi prende per il culo mentre mi guarda, grossa quanto una
cannuccia,vedo solo lei, non chi la tiene in mano.


“Sentirai un po’ di dolore”. Vaffanculo(non rispondo io). Un bruciore lancinante
alla mano.

Brutta stronza non potevi metterla nel braccio? (non dico io).
“Fatto, hai visto?” e si allunga verso il corridoio:
fai quella curva scivolando, bastarda,e pungiti con quelle altre che hai in tasca.

Mi fa male la mano. Parte il lettino ma vedo solo luci al neon, tubi e stoffe
blu che vanno e vengono.

“Come stai sa pippia?” mi chiede amorevolmente il mio medico che sarà anche il
chirurgo. Da Dio ma senza i miracoli gli rispondo, ma ho le parole appese alla
lingua e si staccano con difficoltà, così come ogni movimento degli occhi che mi
sembra un giro del mondo.

Mi aspetto qualche coccola col solito conta fino a dieci. Nulla invece.

Si avvicina qualcuno che armeggia col tubo che ho attaccato alla mano, dev’essere
l’anestesia, mi viene la favolosa idea di provare a resisterle. Mi concentro mentre
una siringa si svuota nel mio braccio, non sento niente, non inizio a contare.
Un leggero formicolio alla testa, simile all’effetto di due bicchieri di vino nero.

Bum.

“Alessandra!” mi sento come afferrare per i capelli da un bellissimo sonno vuoto dal
quale non ho voglia di uscire. Mi sembra passato un minuto. Non mi sono concentrata
abbastanza è il primo pensiero che ho. Non so dove sono. Mi riaddormento.

“Alessandra!”. E basta cacchio, fammi dormire. “Prova a scivolare sulla destra”.
Mi lancio nel vuoto, invece mi accoglie il mio letto. Sento come una pietra
infilata in gola, ma ho troppo sonno.



Apro gli occhi per un attimo, un po’ spaesata, non so dove sono.



Mia madre mi guarda con uno sguardo che hanno solo le madri,

non so dove sono ma so che c’è lei, ho tutto.

Chiudo gli occhi e mi riaddormento.

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venerdì 8 ottobre 2010

Saranno pure Scazzi loro

Nessuno può negare il sentimento di indignazione che una vicenda come quella di Sarah Scazzi può suscitare in ciascuno di noi. Chi può dire di non aver voglia di vedere quell’uomo sottoposto alle più atroci torture. Però da qui a poter tollerare giornate intere di tristi tentativi per dire qualcosa di nuovo il passo è troppo lungo. Quando quello che c’è di nuovo ogni volta viene detto in cinque minuti mentre tutto il resto è una corsa a chi ne fa il servizio più bello, insopportabile e vomitevole retorica. E intanto mentre Sarah era già stata uccisa dall’insospettabile zio, o orco, o mostro, e giaceva nuda e raggomitolata in fondo a un pozzo, i suoi pensieri, i suoi diari, tutta la sua vita e la sua intimità venivano sputtanati ovunque con i più disparati sospetti. E intanto mentre sua madre apprendeva in diretta della sua morte certa qualcuno parlava di strana freddezza, forse che si, forse che no, e faceva mille supposizioni. E poi telecamere come ombre sulla disperazione per coglierne ogni sfumatura. Mi dispiace ma la cronaca del dolore non mi appassiona. Non sarà il mio lamento a fermare tutto questo mare di gente che si agita e si accapiglia discutendo sulla prevedibilità o stabilità mentale. Non saranno i miei commenti da spettatrice stanca a calmare gli entusiasmi di chi in una vicenda del genere trova l’opportunità di una prima fila o di una diretta scoop e che pur di esserci allestisce tables rondes di criminologi opinionisti e cretinologi che alla sagra del già detto inneggiano alla giustizia impalcando visi contratti di sdegno che durano il tempo di una diretta. Tutto andrà come deve andare e come sempre è andato, come siamo abituati, ma permettetemi di dire che trovo rivoltante questo spreco di voci e che avrei preferito sentire la notizia e ogni suo approfondimento senza tutte queste ridicole cornici, vedere un volto dispiaciuto accompagnato da un molto più eloquente silenzio. Ma ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c’è la Tv.

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giovedì 29 luglio 2010

Condanno la mia condanna ma condanno lo stesso.

Chi non é d'accordo scagli la prima pietra.

" E' una donna che a prima vista mostra di avere problemi particolari: in quella casa lavorava anche 15 ore; forse per lei era troppo stressante; il padre era morto da poco, avevano bisogno di soldi. Da quello che ho potuto vedere negli spezzoni sembra che il fatto sussista. Ora bisognerà capirne le cause"


Un pugno allo stomaco, voglia di un pianto nauseato che si mescola a un’ira furibonda. Proiezioni sul privato che scatenano il cieco bisogno di un violento castigo.


Quello che non si può dire è che questi sono sentimenti reali, poco umani forse, ma vivi ed evidenti di fronte a simili immagini.

Quello che non si sarebbe dovuto dire sono quelle parole, pronunciate dall’avvocato di Maria Lucchesi, la badante montignosina di 39 anni accusata di agghiaccianti abusi nei confronti di una 75enne malata di Alzheimer.


E’ l’odore dei soldi? E’ la coerenza di un professionista di fronte a una logica difensiva che concede il beneficio del dubbio? Oppure è il commento insulso di qualcuno che, abbandonati i panni di un essere umano riesce a vestire quelli di una meschina, gretta e insensibile macchina da tribunale?


Ditemi cos’è perché la mia ragione non arriva a capirlo. Ditemi come ci si possa concentrare sulle cause che portano una donna ad accanirsi in quel modo animale su un’anziana incapace di reagire piuttosto che chiedere scusa a Dio per averne preso in carico la difesa.


Stanno ciondolando nella mia testa le parole dei miei maestri di scrittura: un giornalista si limita ad esporre i fatti, non commenta in maniera esplicita, non accusa, non condanna.

Ebbene, non mi dispiaccio, davanti a tanta evidenza di commenti e accuse e condanne, di non essere considerata una brava giornalista, o al contrario di essere una pessima aspirante tale.


Non trova il mio senno altro modo per raccontare di tanta bestiale ferocia e commentare un insensato sembra che il fatto sussista.

Sarò una bestia anch’io ma tutto quello che immagini tali suscitano in me sono solo collera e rancore.

Sarà che sequenze del genere sono difficili da ammettere anche di fronte a una inesorabile evidenza; sarà che ho una certa conoscenza dell’ Alzheimer e ne conosco benissimo gli occhi, i gesti, le voci; ma non esiste in me la più pallida ombra di indulgenza nei confronti di chi viola così bestialmente la dignità e la fragilità di un essere umano così indifeso. Sarò probabilmente il più pessimo degli esempi ma questo é il massimo della demagogia che riesco a fare.


Quello che non si può esprimere a parole è questo senso di impotenza.


Solo una preghiera: che sia fatta giustizia, in terra e in cielo, dove volete e dove è giusto. Con la speranza che il solito verdetto di infermità mentale non sia l’ennesimo pugno al nostro stomaco e a quello della povera nonna.

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lunedì 12 luglio 2010

Ignioranza a bùmeran



"Scarlett Johansson la nuova musa di Woody Allen"
-O mio Dio... che é la musa? Noooo... é la moglie?? -

Treno che prendi gente che trovi, l'ignoranza viaggia anche sulla strada ferrata.

Termini-Fiumicino: davanti a me due teenagers, lui e lei, fratello e sorella, carini, puliti, commentano mentre leggono Glamour e non ne cavano un ragno dal buco con questo grande sconosciuto: l'italiano.

Accanto invece una ragazza con un cappellino stile militare, libro sulle gambe e matita in mano: studia la classificazione degli elementi, roba che non ricordo più. Continuo a sbirciare, strizzando gli occhi per mettere a fuoco, nel tentativo di elevare la mia conoscenza: metalli, non metalli, semimetalli. E ancora isotopi e legge di Avogadro.

Mi fermo spaesata: tutto arabo per me.

Volevo metter su due righe sull'ignoranza delle persone e mi ritrovo a canstatare la mia. Una specie di boomerang: questa é l'ignoranza.

E alla fine, mi accorgo, non c'è niente di più ignorante che dare dell'ignorante a qualcuno.

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domenica 8 novembre 2009

Qualcuno dovunque

Mi é possibile trovar dovunque qualcuno che non c’è se lo cerco nel posto giusto, dentro di me.

Sono dappertutto anche se non ci sono..

Tutt’a un tratto mentre qualcuno attraversa la strada ne ricordi un gesto, mentre qualcuno ti parla ne ricordi una smorfia, mentre sei al supermercato il tono della voce ti risuona in fretta in fretta nelle orecchie per non tornare più, o chissà quando.

Ti mancavano ieri, oggi non mancano di meno, e domani sarà di più, in questa tristezza alla quale ti abitui e che non ti molla mai, eppure, credevo, doveva smettere.

Passa tutto intorno, loro non passano, non passano i ricordi, non passa l’amore, non passa la gola che si stringe per strozzare un pianto che ormai trovo fuori tempo, che arriva sempre, di cui parlo mai, o con molta fatica.

E siccome tutto questo sono pensieri costanti, ve li voglio raccontare ancora, li voglio raccontare prima di tutto a mio padre e mia madre che probabilmente e tacitamente li condividono con me tutti i giorni, li voglio raccontare a chi mi legge, senza vergognarmi di parlare di qualcosa che fa sempre male e che mi rende triste, senza vergognarmi di qualcosa di così intimo come la nostalgia di chi non c’è più e non smette di mancarmi, li voglio raccontare a tutti quelli che provano lo stesso davanti a tanto amore che non trova più dove posarsi e rimane li nel cuore senza finire di crescere.

E nello scriverli li regalo a loro, miei amatissimi nonni, nella speranza che ogni lettura sia una carezza che gli arriva per ringraziarli di esserci ancora in un modo così intenso.

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lunedì 26 ottobre 2009

Homo Malatus

Troppo presto avevo pensato che quel Santo del mio specialista mi avesse azzeccato la cura, è da Gennaio che non mi ammalo ho gaiamente pensato qualche giorno fa. Detto fatto (eppure so benissimo che in certi momenti non devo pensare) ho passato tutto il mio week end a letto con una carissima influenza che ancora è dura a morire.

Eppure oggi, lunedì, sono andata a lavoro. Seria e instancabile lavoratrice, una bronchite, che vuoi che sia… SONO UNA DONNA, NON SONO UN EROE.

Chissà perché mi viene da pensare che noi donne siamo davvero fatte di un’altra pasta.

Rispetto a chi? Rispetto all’uomo naturalmente.

Non ci vogliono studi approfonditi per arrivare a certe osservazioni, basta un po’ di esperienza, con parenti, amici, colleghi, dolci metà, per rendersi conto che quando una donna starnutisce, ha un po’ di febbre, un po’ di tosse etc., ha solo preso un raffreddore, mentre se gli stessi sintomi colpiscono un povero uomo, cos’avrà fatto mai di male per meritarsi tanta sofferenza, tendente al martirio.

L’uomo che si ammala subisce una temporanea variazione genetica, da Homo Erectus diventa Homo Malatus, codice rosso su tutto e tutti.

Oggi lo analizzeremo in tutti i suoi aspetti.

La mutazione

L'Homo Erectus si trasforma in Homo Malatus generalmente quando, dietro sciocca sollecitazione della donna, misura la temperatura e si accorge di avere già 37 e 2. Non importa che siano le due, non importa che fuori facciano 40 gradi, non importa che sia appena uscito da una sauna finlandese, non importa se è giusto un piccolo colpo di freddo, a quel punto è inevitabilmente iniziata la mutazione da Erectus a Malatus, e non si può più fermarla.

Nel giro di mezz'ora l'Homo Malatus avrà messo da parte la sua sbruffoneria di uomo duro e forte e sarà a letto, coperto fino al mento, termometro sotto l'ascella e tachipirina a portata di mano.

Come riconoscere un Homo Malatus?

Oltre al caratteristico pigiama spiegazzato, al capello sconvolto e allo sguardo stralunato, è possibile riconoscere l’Homo Malatus anche da altre caratteristiche quali il verso, l'alimentazione tipica e la deambulazione.

Del verso e dell’alimentazione scriverò tra poco, ma la cosa più caratteristica è la deambulazione: egli cammina poco e niente, quando proprio lo deve fare pare un cane trainato verso il veterinario (ndr).

Lascerà inoltre nella tana evidenti tracce: fazzoletti sporchi, tappi dello sciroppo e altri simili residui.

Il verso dell'Homo Malatus

L'Homo Malatus parla raramente, perché la gola brucia e quando la gola brucia, se si parla si muore… se decide di parlare è solo per ordinare alla donna di soddisfare quei suoi bisogni primari che altrimenti lo porterebbero alla morte. Nella fattispecie:

- Aaaacquaaaaa! Voce roca, affiochita dalla malattia, mano tremolante tesa verso il comodino dove un bicchiere semi-pieno (o semi-vuoto se siete pessimisti come lui) è già pronto, in bella vista. Ma è già scaldata, signori, non pretenderete mica che un malato terminale beva acqua intiepidita, nella quale, tra l’altro, stanno già moltiplicandosi i batteri!

- Coff coff, coff! Tosse, il richiamo naturale verso la donna che sta da ormai troppo tempo in un'altra stanza a farsi i fatti suoi, evitando di prestargli le dovute cure, che a quel punto sentendolo in preda ad un attacco violento nelle maggior parte dei casi, seppur a malincuore, smetterà di cucinare, farsi le unghie, leggere, sistemare casa, parlare al telefono etc. per andare a poggiargli la mano sulla fronte, e a chiedergli come ti senti?

- Coff, coff.. ufff.. ooooohhh.. Coff coff coff! Lamenti e rantoli da punto di morte da usare quando la santa donna fa finta di non sentire il primo richiamo e continua a fare quelle cose di secondaria importanza come pulire, cucinare, stirare etc.

Segue rotolio nel letto. A questo punto, lei dovrà per forza alzarsi e andare là, meglio se in preda ai sensi di colpa.

- 37 e 3! Come sto male! Disponibile anche nelle varianti 37 e 4, 37 e 5, 37 e 6, 37 e 7, 37 e 8. Allo scattare del 37 e 9 l'unico verso sarà un mugolio: l'Homo Malatus è ormai prossimo alla fine della sua vita e non articola più le parole.

L'alimentazione dell'Homo Malatus

L'Homo Malatus ingerisce solo liquidi. Yogurt, brodino, purè, preferibilmente imboccati. Visto che la donna non può certamente costringere se stessa o gli eventuali figli a mangiare yogurt, brodino o purè per tutta la malattia dell'uomo, è obbligata a cucinare due pasti.

E' ormai scientificamente provato che quando nelle stanze dell'Homo Malatus arriverà l'odore della braciola di maiale ai ferri egli si sentirà subito abbastanza meglio da farsi portare a letto qualche boccone di carne, così, per reintegrare le sostanze nutritive.

La deambulazione dell'Homo Malatus

L'Homo Malatus non cammina. Egli giace nel talamo (nuziale o non) rotolandosi gemente tra lenzuola e malattia. Si alza solo per andare in bagno, e solo perché richiedere il pappagallo pare un pochino esagerato anche a lui.

Gli è, tra l’altro e come già accennato prima, di insostenibile sforzo anche l'allungare la mano a prendere qualsiasi cosa, nell'ordine:

- il telecomando

- lo sciroppo

- il fazzoletto

- il telefono

- il giornale

Ovviamente, per sopperire a questi suoi problemi sarà chiamata la donna.

L'Homo Malatus ha bisogno di costante assistenza.. se la donna lavora, è bene che si prenda qualche giorno di permesso.

La guarigione dell'Homo Malatus

L’Homo Malatus guarisce in due casi:

1- Quando si accorge che ormai è ridicolo continuare a lamentarsi dopo tre o quattro giorni di 36 e 4, senza preoccupanti ricadute nel 37 e 2. Allora egli proclamerà che si sente un po' meglio.

2- Quando nel bel pieno dell’agonia si ricorda che il giorno seguente si gioca a calcetto.

In questo caso mi sa che è passata, ho solo un po’ di alterazione, un’aspirina e domani torno a lavoro.

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lunedì 12 ottobre 2009

Vita da gatti (poveri)

Potrei iniziare con un classico C’era una volta… ché nulla ci sarebbe di più appropriato per la storia che sto per raccontare, se non fosse per il fatto che non c’era solo una volta, ma accade molto spesso (purtroppo).

Quante volte vi sarà capitato, mentre siete al volante della vostra automobile (o passeggeri felicemente scarrozzati), di trovare sul bordo strada (o anche nel bel centro) qualche bestiola investita, a volte per pura disgrazia (con conseguente shock del malcapitato conducente), altre per assoluta noncuranza del tipico st(bip)o da guida che ci prova anche un po’ di gusto.

Trattasi, questo, del secondo caso: qualcuno, al volante, ad alta velocità in pieno centro abitato, accarezza di ruota uno sventurato gatto di passaggio e prosegue indifferente nella sua corsa (all’inferno!).

A questo punto (forse) potremmo iniziare ad usare il C’era una volta, perché il seguito (quello che di buono c’è nel seguito) ha ben poco di ordinario (di nuovo purtroppo)…

L’auto si lascia alle spalle, al centro della strada, un gatto stordito, shockato, evidentemente ferito e sofferente. E’ una scena triste, qualche passante si ferma e raccoglie il piccolo animale agonizzante e con cura lo adagia sul davanzale della saracinesca di un negozio chiuso. Tutti intorno lo osservano mentre (pare) imbocca la strada per la miglior vita, poverino. Sosta là davanti un’auto dalla quale rapidamente scende un giovane alto e asciutto, si fa strada in mezzo a quelle persone, domanda ‘è vivo?’, si guarda intorno e procede spedito verso il cassonetto della raccolta carta, estrae un ritaglio di cartone e si dirige ancora verso la folla, adagia con dolcezza immensa la vittima in quella barella di fortuna, salta sull’auto e sparisce mentre qualcuno gli grida ‘alla san Giuseppe, è aperta sicuramente!’.

‘Mi scusi, ho appena trovato questo gatto, è ferito, l’hanno appena investito, si può far qualcosa?’

‘Questa è una clinica privata’

‘Si’

‘Si deve pagare’

‘Non è un problema’

Delle gocce di sangue colano da un dito del ragazzo, il gatto spaventatissimo e shockato l’ha morso, ma lui non se ne cura.

‘Ha sicuramente un femore fratturato, e qualche probabile danno ai polmoni, da come respira, è ridotto molto male, …quello che posso fare, visto che il gatto non è vostro, è una INIEZIONEcommenta il veterinario PRIVATO

Non se ne parla, si può salvare?’ risponde il giovane

‘Potrebbe… bisognerebbe vedere come passa la notte, per verificare che non ci siano danni interni, dopodiché sistemare i danni alla zampa….’

‘Possiamo verificare ora i danni interni? Quanto costerebbe operarlo al femore?’

‘Facciamo una radiografia al torace. Un interveto va dai 2-300 Euro in su…dipende…’ esce e rientra con l’esito della radiografia ‘Al torace pare non abbia nulla, bisognerebbe aspettare per vedere se riesce a urinare e defecare, per esser sicuri che non abbia altri danni, se lo volete lasciare qui sono 30 Euro a notte… altrimenti ve lo portate a casa, ve lo dico per ridurre i costi, e domattina vediamo come ha passato la notte… ora facciamo un’iniezione di antidolorifico e antibiotico..’

‘Va bene, lo porto a casa’ conclude il ragazzo ‘Quanto le devo?’

‘Sono 70 Euro, 40 per la visita, 30 per la radiografia’ risponde con naturalezza il medico.

Il ragazzo paga, e in auto vola a casa sua, col gatto che non è suo.

Ora, questo è tutto ciò che è successo quella notte, nero su bianco, cronaca pulita.

Avrei milioni di commenti da fare sulla clinica privata, sul veterinario privato e sulla sua etica professionale, sul ‘qual è l’elemento principale che fa di un medico un vero medico: lo studio di centinaia di chili di libri, la sua esperienza in campo, oppure la sua vocazione di medico, il suo amore per la professione e per le vite che inevitabilmente dipendono dalle sue mani?’…

Potrei chiedermi come mai un veterinario, professionista per la cura degli animali, proponga come prima soluzione l’abbattimento di una bestia ferita e recuperabile soltanto per una pura questione economica, sottolineando che alla clinica privata si salvano soltanto gli animali con RID bancario.

Ci sarebbe tanto da commentare, ma a volte, come si dice, i fatti parlano da sé.

Mi soffermerò invece su quello che, in questa storia, c’è di positivo, e ce n’è tanto:

c’è una gattina, ora, che, pur ancora spaventatissima e timidissima, mangia, beve, urina, defeca, cammina e salta (anche se un po’ sbilenca).

C’è una persona che è pronta ad accoglierla nella sua casa.

C’è un VETERINARIO, un altro, (e lo scrivo maiuscolo perché lo considero davvero degno del suo nome) un SIGNOR VETERINARIO che risponde al nome di Dott. Frongia (e farne il nome in questo caso non è far pubblicità ma un semplice render giustizia alla sensibilità e umanità di un vero medico), che ha prestato le sue cure e la sua disponibilità in maniera del tutto gratuita alla sventurata gattina senza busta paga.

Ma soprattutto c’è un ragazzo di 21 anni con un cuore gigantesco, che ha speso i suoi soldi e il suo tempo, che si è preoccupato per la sorte di un animale che non era il suo e al quale ha regalato totalmente free anima e cuore, oltre che un’altra possibilità.

Avrei io, avremmo noi tutti, fatto lo stesso?

Leia Mais…